Il naufragio di Pirro e le altre leggende delle “Secche di Ugento”

Il naufragio di Pirro e le altre leggende delle “Secche di Ugento”

Una delle leggende più famose legate al Salento è sicuramente quella che narra il naufragio di Pirro, re dell’Epiro, al largo della costa di Ugento.

Secondo quanto contenuto nel racconto del biografo greco Plutarco, nel 280 a. C. il re degli epiroti passò con la sua flotta lungo la costa jonica del Salento per dirigersi verso Taranto e prestare aiuto agli amici tarantini contro Roma. Durante il viaggio, oltrepassato il Capo di Leuca, la flotta si imbatté in una furiosa tempesta. L’imbarcazione del re resistette a lungo, ma andò ad incagliarsi contro alcuni scogli al largo del mare di Ugento. Si trattava delle famose «Secche di Ugento», che si estendono per circa 4 chilometri, da Torre Pali (marina di Salve) a Torre Mozza (marina di Ugento), e che sono tuttora segnalate nelle carte nautiche proprio per la loro pericolosità.

Altre suggestive leggende, oltre a quella di Pirro, sono legate alle «Secche». La tradizione popolare narra che, nei pressi dello scoglio della Fanciulla, al largo di Torre Pali, una giovinetta fu uccisa e gettata in mare dal comandante ottomano Dragut. La giovane, rapita durante il saccheggio operato dai turchi ai danni delle masserie dell’entroterra, trovò la morte a causa del suo rifiuto di rinnegare la fede cristiana. Il suo corpo venne ritrovato da alcuni pescatori sullo scoglio chiamato, appunto, della Fanciulla. Un’altra versione della leggenda, invece, racconta che la fanciulla fu uccisa per vendicare il comandante turco Akmed Pascià, bruciato vivo dai locali durante l’invasione ottomana dell’entroterra.

Altri tre scogli, facenti parte delle «Secche», si chiamano «Cavaddhu» (cavallo), «Sciumenta» (giumenta) e «Puddhitru» (puledro). Il perché è affidato alle parole di un’altra leggenda che gli abitanti del posto hanno tramandato nel corso dei secoli. I turchi, dopo aver saccheggiato la zona del Capo di Leuca, portarono a bordo del proprio vascello un pastore, che fu fatto prigioniero insieme ai suoi tre cavalli. La nave, però, fu colta di sorpresa da una tempesta che non lasciò scampo a nessuno dei turchi, reduci dalla sbornia e dai festeggiamenti per i bottini conquistati. Gli unici a salvarsi furono proprio il pastore e i suoi cavalli: l’uomo riuscì ad aggrapparsi all’albero di poppa per resistere alla tempesta, mentre i cavalli si rifugiarono sui tre scogli che da loro hanno preso il nome.

Tutt’altro che una leggenda è, invece, la storia riguardante il mercantile Liesen, che giace a pochi metri di profondità sulle «Secche» da circa 30 anni. Il relitto è meta di suggestive escursioni subacquee ed è divenuto l’«habitat naturale» di numerose specie di pesci e crostacei.

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